Attività Ludiche
SENSAZIONALE SCOPERTA ARCHEOLOGICA
A VIA MEZZOCANNONE 16- Napoli
Da una serie di reperti rinvenuti nell'area sottostante l'attuale Università degli Studi di Napoli Federico II, tutti datati intorno al II-III secolo d.C. e oltre, è sorto il sospetto che già tanti secoli fa esistessero nella zona degli insediamenti umanoidi con carattere scientifico.
Pare vi fosse addirittura una comunità sé stante che dimorasse in un edificio scomparso, nelle cui rovine è stata ritrovata una lapide non ancora ben decifrata,
Fig. 1
Figura 1
Figura 2 - Flavius Annus Italus
La quantità degli utensili, dei documenti e dei frammenti marmorei ritrovati ha permesso, già a poche ore dalla scoperta, una prima ricostruzione di come la vita si è svolta in secoli di storia fino ad oggi.
Tra i primi oggetti venuti alla luce vi è un cilindro bronzeo recante la scritta "Probus Dualis", probabilmente facente parte di un altro cilindro ancora più grande, la cui esistenza era già sospettata, poiché numerose fonti letterarie dell'epoca imperiale citano un "Magnus Tubulus Brucherimus" simile a quello ritrovato nella villa ercolanense di Tito Livio Paolinus. L'importanza del ritrovamento è grandissima. Di questo misterioso oggetto si era sempre parlato, ma mai lo si era visto (tantomeno potuto usare!).
La figura di Tito Livius, come quella di altri personaggi, è ricorrente nelle pergamene e nelle epigrafi marmoree.
Frequentemente viene citato anche tale "Italicus" o "Flavius Annus Italus" o Italus Giudecianneus", personaggio ambiguo e sicuramente di grande rilievo, come appare da epigrafi, busti marmorei, bassorilievi e calchi ritrovati in uno degli antri sotterranei esplorati.
Fig. 2
Di Tito Livius è stata rinvenuta la "stanza delle ventisette teste" in cui sono stati trovati, in ottimo stato, dodici busti marmorei, nove di bronzo e quattro di ceramica, tutti raffiguranti il sommo personaggio.
Fig. 3
Figura 3 - Rimanenze di calchi raffiguranti Tito Livio Paolino
Figura 4 - Frà Guarino in soma al suo asinello
Sono poi venute alla luce delle ampolline di vetro, probabilmente usate nelle alchimie a cui erano dediti tutti i frequentatori del tempio. Qual'era la reale vita che si svolgeva in esso non è stato possibile accertarlo, anche se si sapeva di attività che non erano ben viste da altri alchimisti del tempo, che operavano più a valle, nelle immediate vicinanze.
Le attività reali sono state evidenziate in un secondo momento ed esattamente dopo il ritrovamento dei manoscritti e delle tavolette della immensa collezione di tale frate Guarino da Casoria. E' grazie a questo certosino che oggi possiamo ricostruire con maggiore esattezza ciò che avvenne a quei tempi.
Fig. 4
Dal IV secolo d.C. all'anno 1000 il tempio subì la stessa sorte toccata a Paestum, Pompei ed Ercolano. Alluvioni di portata catastrofica colpirono ripetutamente gli attrezzi usati dagli alchimisti fino a renderli insensibili, il tempio andò in decadenza e fu a poco a poco abbandonato. Ciò fino a quando il Saladino Pierhamed Themusallah, uomo di grande cultura del lontano oriente, non fece rifiorire tutte le attività del tempio.
Fig. 5
Figura 5 - Una storica immagine del Saladino Pierhamed Themussallah
Figura 6 - Il principe Teodorico (Tancredi?)
L'influenza araba fece raggiungere vette (picchi!) mai conosciute, ma l'arditezza delle elucubrazioni non fu mai attinta in pieno dagli autoctoni per timore del Sultano e per scarsa disponibilità dei nuovi attrezzi di fattura saracena "Variallah".
Anche l'opera silente del nobile principe Tancredi, il germanico Teodorico secondo altri, segnò un altro momento vitale nel fiorire dell'arte che si praticava nell'accademia sorta, sempre in epoca romana, ad Arco Felice come "SPQR-CNR.
Fig. 6
Ma l'autore principale della conservazione degli antichi testi fu senza dubbio l'instancabile frà Guarino da Casoria (1151-1250) scopritore geniale di un sistema a calco capace di riprodurre velocemente su pale lignee tutto ciò che di scritto gli capitava a tiro. Costui, autore anche del trattato "Omnia voluisti fotocupiare et non osavisti dimandare", ogni dì riproduceva centinaia e centinaia di calchi ed in soma al suo canuto asinello recava in convento (Certosa di Casoria) le copie dei preziosi manoscritti, che, però, pur nella sua lunga vita, non lesse mai. Infatti, i saccheggi che si ebbero nei secoli successivi (i famosi "Sacchi" dell'SPQR-NMR), risparmiarono la splendida Certosa di Casoria. Così il Magnifico Lorenzo, condottiero, mecenate, studioso, letterato e filosofo, fondò nel pieno Risorgimento "l'Accademia Mangoniana", dando un ulteriore impulso (PW=90°) al sapere. Egli assoldò i più grandi artigiani d'Europa per lo sviluppo delle attrezzature. Tra questi il fido "Sancho Parrillo", di provenienza catalana, si distinse per l'attenta sorveglianza effettuata al tempio.
Fig. 7
Figura 7 - Il prode Sancho Parrillo
Come altri monumenti di Napoli, l'Accademia subì la dominazione spagnola, normanna, angioina, aragonese, castigliana, borbonica, savoiarda, fascista, camorrista e chi più ne ha più ne metta.
Oggi nel Centro Interdipartimentale di Metodologie Chimico Fisiche, risorto tempio delle Scienze, c'è chi ancora vanta dirette discendenze dai mitici personaggi che si sono avvicendati nei secoli.
A noi sembra che il fatto sia comprovato dalle straordinarie somiglianze tra le storiche immagini ed i volti di ogni giorno.
I. Giudicianni, R. Sacchi.
I edizione Natale 1988
II edizione Natale 2003
Questo racconto, che è alla sua III edizione, ha lo scopo di far sorridere tutti coloro che a vario titolo hanno avuto la "fortuna o sfortuna" di imbattersi, a partire dagli anni settanta, in una realtà scientifica unica nel suo genere: Il Centro Interdipartimentale di Metodologie Chimico Fisiche.